Perfezionismo e limite: due facce della stessa medaglia?
Il perfezionismo…. cos’è?
In ambito psicologico il perfezionismo, inteso come scrupolosità, senso del dovere eccessivo, pignoleria, rigidità morale, razionalizzazione e ritualizzazione del comportamento, è riconosciuto come tratto della personalità ossessiva.
Una prospettiva psicodinamica delinea il perfezionismo come un regime interiore caratterizzato da un modello ideale elevatissimo sul piano sociale e morale con il quale l’Io, consciamente o inconsciamente, si identifica, divenendo espressione del suo bisogno di individuazione. L’Io investe tutte le sue energie per la realizzazione di un modello ideale, senza mai raggiungerlo e sperimentando, di conseguenza, un vissuto di inadeguatezza e di disvalore, il quale rimane inalterato nonostante le eventuali conferme sociali che riesce a conseguire.
Il profilo del “perfezionista”
Il perfezionismo comporta il tendere strenuamente verso una meta che rimane sul filo dell’orizzonte qualunque sforzo la persona faccia; come effetto essa esperisce dolorosamente la discrepanza tra il suo essere e il dover essere, ricavando da ciò la prova del suo disvalore. Il vissuto si traduce in un senso di inadeguatezza che rimane stabile, indipendentemente da quanto realizzato. Per valutare se stesso, il perfezionista usa un metro di misura che potrebbe farlo sentire tranquillo solo se avesse la certezza di aver fatto tutto ciò che si sarebbe potuto e dovuto fare, ad esempio nello studio, nell’accudimento domestico, nel lavoro. Questa certezza, però, non viene mai raggiunta perché è sempre possibile pensare che si sarebbe potuto o dovuto fare diversamente, per cui l’attenzione del perfezionista si concentra sempre su ciò che manca, su ciò che non ha fatto, che invalida quanto di positivo realizza.
Insieme al sentimento di inadeguatezza l’individuo esperisce anche un senso di insoddisfazione perché non riesce a sentirsi mai soddisfatto delle sue prestazioni, anche se in genere appaiono superiori alla media. Il giudizio positivo degli altri può determinare al massimo uno stato transitorio di gratificazione.
L‘insoddisfazione innesca un meccanismo, che determina la necessità di mettersi nuovamente in discussione, affrontando nuove prove, le quali benché superate, non migliorano i livelli di sicurezza e di stima personale, perché l’esito viene attribuito al caso o alla fortuna. Il perfezionista si percepisce costantemente sotto esame, vive in uno stato di ansia perenne, in quanto ogni prova viene associata alla paura del fallimento.
Un altro vissuto particolarmente spiacevole, che comporta un investimento massiccio di energie, deriva dal bisogno di risultare inappuntabile, “normale” di fronte agli altri. Di fatto il perfezionista riesce a dare un’immagine di sé conforme alle aspettative e alle norme sociali, ma al prezzo di un formalismo che lo irrigidisce, riduce la sua spontaneità e gli impedisce di essere autentico.
E..il limite ?
La parola “limite” fa pensare ad un punto di arresto che impedisce di andare oltre, che blocca un percorso, una meta, un obbiettivo, qualcosa che si sta perseguendo. E’ una sensazione di “impedimento“insieme alla consapevolezza di non riuscire ad andare più in là di dove si è giunti. Si esperisce un limite nell’essere e nell’agire e si vive tutto con profonda sofferenza.
In un contesto sociale caratterizzato da un “perfezionismo culturale”, che fa della nostra, la “società della felicità e del benessere a tutti i costi”, accettare i limiti della realtà richiede insieme coraggio e l’accettazione di sentimenti di impotenza e di tristezza.
Quali e quanti sono i nostri limiti?
Ci sono alcuni limiti, ad esempio il rifiuto di alcuni aspetti del nostro carattere per cui possiamo tentare di lavorarci a livello personale per imparare per lo meno a conviverci; altri limiti invece segnano per sempre la nostra vita in modo preponderante e la loro accettazione richiede un enorme sforzo e la disponibilità a fronteggiare sentimenti dolorosi. Mi riferisco all’accettare una disabilità psico-fisica congenita o, sopraggiunta in seguito ad un evento traumatico, che si impone in tutto il suo dramma.
Lo shock di genitori che scoprono solo alla nascita del figlio una malformazione, o una grave malattia, i quali devono elaborare il lutto per il bambino ideale e le aspettative disilluse, per accostarsi ed accettare il bambino reale. Ancora la fatica di accettare la propria omosessualità che fa sentire, e contemporaneamente sancisce l’essere “diversi”, a volte “emarginati”, in quanto, anziché riconoscere la bellezza ed il valore aggiunto della diversità, essa viene culturalmente percepita come qualcosa di cui diffidare, probabilmente perché ciò che non è noto spaventa.
Il limite di chi non può avere figli, che mette la coppia di fronte all’impossibilità di “generare una vita”, la priva della funzione riproduttiva, funzione primaria di tutti gli esseri viventi, dell’uomo in primis. Di fatto, si potrà obbiettare, esistono diverse opportunità-modalità vicarianti per diventare madre e padre , quindi di esercitare la funzione genitoriale, questo però, non annulla il dolore di vivere una doppia perdita: quella della possibilità “naturale”, e quella del figlio tanto desiderato. Le ricadute, che a livelli differenti, questi vissuti hanno sul senso di identità di genere, e sulla percezione di “essere normali” sono molteplici e meritano un‘ approfondita conoscenza se si vuole cogliere tutta la drammaticità e la fatica che comporta l’ accettare questo limite.
Il limite che più di altri, impone di accettare una perdita è quello della morte di una persona cara, che arriva a volte improvvisa-inattesa, altre volte dopo una lenta e lunga agonia, trovandoci un po’ più “preparati”, ma non per questo “pronti”. Ci priva di una figura con la quale avevamo un legame intimo, lasciandoci in uno status di vuoto temporale ed affettivo, il quale ci catapulta in fondo ad un baratro in cui nulla ha più i contorni e i significati di prima. La realtà appare per certi aspetti diversa, svuotata, tremendamente dolorosa ma, per altri inesorabilmente la stessa, nel suo trascorrere inarrestabile del tempo. La vita continua mentre noi arranchiamo nel tentativo di ri-costruire la nostra identità e la nostra esistenza.
Cosa ci accomuna ?
Sarebbero ancora numerosi gli esempi di limiti che gli esseri umani sperimentano; pur nelle differenti esperienze ciò che accomuna gli individui è la fatica, più specificatamente, la fatica dello “stare a contatto” coi vissuti dolorosi. Ancor prima che con gli “Altri”, i quali possono rispecchiarci parti o esperienze “mancanti”, la battaglia più impegnativa la si combatte al proprio interno. E’ la lotta con noi stessi che ci affatica, perché ci scontriamo con gli “ideali ”, o i “deve essere ”che abbiamo interiorizzato. Ci soffermiamo su ciò che è carente e che non possiamo agire-realizzare, provando livelli di frustrazione, tristezza, impotenza elevati, alla ricerca smaniosa di un “perchè” questo è successo a noi. Scivoliamo, a volte inconsapevolmente, in un atteggiamento vittimistico che innesca una sorta di spirale dalla quale veniamo risucchiati, e che ci lascia esausti, senza via di uscita.
A volte le persone non riescono ad affrontare certe esperienze e, di fronte al muro rappresentato dal “limite”, cercano di evitarlo o di sfondarlo, con la conseguenza che sprecano tante energie, senza ottenere nulla. Altri invece, continuano ostinatamente a mantenere viva una speranza, che alimenta il ciclo dell’ansia, la quale prende il posto della tristezza, relegandoli in una continua attesa. Ciò provoca loro un forte senso di rabbia dovuto al fatto che, nonostante gli sforzi profusi, quello che desiderano non si concretizza, o in altre parole , quello che hanno idealmente nella testa non si traspone nella realtà, facendocela così percepire distorta. La dissonanza cognitiva-affettiva tra la fantasia e la realtà determina una specie di blackout. Le uniche capacità che sembra manteniamo integre sono quelle di auto-critica, di svalutazione, di profondo senso di colpa o vergogna.
In questo modo i nostri organi di senso, le nostre energie psichiche e fisiche vengono interamente orientate a quello che non c’è, a quell’ideale così radicato in noi, difficile da scalfire.
Il mestiere del sarto….
Riuscire a modellare le nostre “dotazioni”, come si fa quando si realizza un vestito di seta pura, che segue delicatamente i contorni del corpo senza fasciarlo rigidamente ma anzi, lo accarezza conferendogli elasticità, fluidità e così essere in grado di imbastire un abito sulla misura del nostro “essere”, è probabilmente una sfida impegnativa che può però portarci verso la scoperta di un altro modo di occupare consapevolmente il nostro posto nel mondo.
L’accettazione del limite passa inevitabilmente attraverso la presa di coscienza dei vissuti dolorosi che lo accompagnano. Essere forti non significa fare da soli, ma avere la capacità di cercare e trovare “gli Altri” che ci possono aiutare a soddisfare un bisogno, capaci di sostenerci e di insegnarci a viaggiare lungo la strada che porta alla scoperta e all’accettazione del vero sé.
Superare il limite presuppone la piena, totale accettazione di chi siamo, insieme alla consapevolezza che ogni essere umano è perfetto nella sua imperfezione. Solo a partire da questo presupposto potremo guardare alla vita con lenti speciali, che ci consentiranno di cogliere l’essenza anziché l’apparenza, dove ogni cosa è semplicemente, né buona, né cattiva, né bella, né brutta, è punto. Non esiste un deve essere, c’è solo l’uomo, unico, inestimabile, fallibile, per questo “Umano troppo Umano”.
“ Fino a che continuerai a sentire le stelle ancora come al di sopra di te, ti mancherà lo sguardo dell’uomo che possiede la conoscenza.”
Friedrich Nietzsche
A cura della Dr.ssa Marcella Fanelli